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Dall’identità alla responsabilità

Laboratorio di filosofia: secondo incontro. Lugano, 17 Novembre 2014

 

In dubbiamente l’identità è un piano di relazione tra il me e gli altri. Un piano che interseca un singolo con un gruppo. In questo spazio si giocano i termini di appartenenza, differenza in senso definitorio.

Eppure in origine, il termine Identità propone un altro significato: è una qualifica matematica, filosofica. “Questo precisamente”, idem in latino o tauto in greco, ciò che è per sé, e ciò dunque che è differente da altri. In un certo senso l’identità è ciò che permette alla logica stessa di esistere. A o non A non possono coesistere, sarebbe contradittorio. È con questo scopo che la carta di identità funziona. Garantisce che A sia A e non B. Garantisce che il sottoscritto sia effettivamente il sottocritto, e questo ha un valore dal punto di vista giuridico: permette che la giustizia stessa possa funzionare. Se così non fosse non esisterebbero colpevoli e innocenti. Non esisterebbe la responsabilità giuridica. Se ci siamo introdotti nel problema della identità attraverso la domanda “chi siamo?”, il termine ci conduce ad una riflessione di natura giuridica.

Sul medesimo piano si congiunge il termine di responsabilità, solo chi ha un identità precisa può essere giuridicamente responsabile. In termini di giudizio non possiamo permetterci di avere più persone che rivestono delle identità determinate. Non potrebbe esserci giustizia.

Su questo significato di garanzia che ritroviamo in Locke e in Hume il concetto di identità personale: cosa garantisce che io sia proprio io: il corpo?; il pensiero?; cosa c’è di continuo di me (nel tempo e nello spazio) che permette alla mia identità di sussistere? Solo la consapevolezza di sé, attraverso la memoria e l’immagine di me permette di concepire una continuità nell’identità. Quindi l’identità implica un piano di consapevolezza e memoria di sé. E così, tornando al piano giuridico solo chi è consapevole dei suoi atti può esserne ritenuto responsabile.

Su questo piano della costruzione della propria identità, si può inserire il pensiero di Sartre. Se l’identità non è definita a partire da qualcosa che si è di per sé, per esempio in quanto uomini, o in quanto dotati di un anima, ma è definita in un processo in cui ricorre la memoria di ciò che si è stati, di ciò che si è fatto e di come ci immaginiamo di essere,a allora, l’identità non è determinata da ciò che si è, ma solo da ciò che si fa.

Se la nostra essenza risiede solo in ciò che facciamo allora in ciò che facciamo risiede l’espressione della concezione che abbiamo dell’uomo. In questo siamo responsabili dell’idea di uomo che produciamo e manifestiamo. Non esiste un’idea di uomo che vale per ogni essere umano indipendentemente dalla storia e dai luoghi. Non possiamo essere qualficati con idea di Uomo universale, ogniuno di noi esprime con la propria vita un idea precisa di uomo. In questo senso l’esistenza precede l’essenza: di per sé non possiamo attribuirci nessuna qualifica, solo con la nostra vita con il percorso che abbiamo fatto ci definiamo. Dunque non c’è nessun dettame morale superiore e universale con cui dobbiamo fare i conti, verso cui siamo responsabili.

Dunque siamo responsabili fino al midollo dell’idea di uomo che costruiamo con la nostra vita.

Quella di Sartre è una specie di macchina concettuale. Una macchina che, se ne accettiamo le basi, ci costringe a esaminare i nostri atti in modo estremamente preciso. Certamente agiamo in un mondo di contingenze in cui sarebbe illusorio pensare di essere puri, la nostra azione è limitata, eppure abbiamo uno spazio di decisione ed azione. È su questo piano che siamo responsabili. Il protagonista della “Nausea”, alla fine del libro si trova in un bar e ascolta un vinile: l’ascolto del disco, nonostante i suoi solchi siano rovinati, permettono di vedere una forma precisa e definita. In questa immagine ritroviamo i limiti della nostra responsabilità: nonostante tutte le difficoltà e gli accidenti riusciamo con le nostre scelte a dare un senso alla nostre vita. In questo siamo responsabili. In questo senso siamo sempre e comunque imbarcati nella lotta per l’esistenza. Nei termini di Sartre l’esistenza precedere l’essenza. L’essenza non ha realtà, se non in quanto è apparsa nel piano dell’esistenza. Rovesciando in questo modo i termini della tradizione.

Questa impostazione implica molti ripensamenti e ha fatto sorgere molti interrogativi:

– L’idea di progetto che sta dietro ogni arte: “C’è un progetto dietro l’universo?”

– Le persone scelgono sempre il bene, sostiene Sartre, ma quale bene, per chi?

– La responsabilità della scelta coinvolge gli altri?

-È davvero menzogna non mettersi in questione?

– Se l’uomo diviene responsabile, quando? Come si diviene responsabili?

– Nella posizione di Sartre i bambini che fine fanno? Non sono? Esistono, ma non sono ancora, eppure già alla nascita sono pensati e progettati. E dimostrano già una identità”.

Con queste domande abbiamo concluso il secondo incontro.